“Inseguimento”: una poesia di Wislawa Szymborska

So che mi accoglierà il silenzio, eppure.
Non chiasso, non fanfare, non applausi, eppure.
Né campane a martello di terrore, né il terrore.
Non conto neppure su una fogliolina secca,
per non dire di palazzi d’argento e di giardini,
onorevoli vecchi, leggi giuste,
saggezza in sfere di cristallo, eppure.
Mi rendo conto che non sto camminando sulla luna
in cerca d’anelli, nastri perduti.
Loro si portano via tutto innanzitempo.
Niente che possa testimoniare che.
Spazzatura, roba vecchia, bucce, cartacce, briciole,
frammenti, trucioli, cocci, avanzi, ciarpame.
Io, è ovvio, raccolgo solo un sassolino,
da cui non capirò dove sono finiti.
Non amano lasciarmi qualche segno.
Sono impareggiabili nel cancellare tracce.
Da secoli conosco il loro talento di sparire per tempo,
quel divino non farsi prendere per le corna o la coda,
per l’orlo d’una veste rigonfia nel sollevarsi in volo.
Mai sarà tolto loro un capello perché io possa averlo.
Ovunque in vantaggio su di me d’un pensiero,
sempre avanti a me d’un passo prima che io arrivi,
beffardamente esposto alle fatiche di essere primo.
Essi non esistono, non sono mai esistiti, eppure
devo ripetermelo di continuo,
cercare di non essere un bambino, a cui sembra
E ciò che d’un tratto mi è saltato da sotto i piedi,
non è saltato lontano, perché calpestato è caduto,
e benché ancora si svincoli
ed emetta un prolungato silenzio,
è un’ombra – troppo mia perché mi senta alla meta

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